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Quando Heinrich Schliemann annunciò, il 31 maggio 1873, di aver portato alla luce un tesoro presso il colle in Turchia che aveva identificato come l’antica Troia, la notizia ebbe un’eco immediata in tutta Europa. I diademi, le collane, le coppe e le piccole armi in metallo vennero presentati come il “Tesoro di Priamo”. Solo in seguito, grazie agli studi stratigrafici, sarebbe emerso che gli oggetti appartenevano a un’epoca molto più antica rispetto al periodo storicamente associato alla guerra di Troia.
La passione per i poemi omerici
Già da bambino, Schliemann rimase immensamente affascinato dai poemi omerici. Fu il padre a leggergli i versi dell’Iliade e raccontargli la storia della città di Troia, all’epoca considerata un luogo leggendario. In una pagina autobiografica, Schliemann ricorda che nel 1829 rimase colpito da un’illustrazione raffigurante Troia in fiamme all’interno di un libro di storia per ragazzi: osservando le mura grandiose della città, avrebbe espresso il desiderio di ritrovarle un giorno.
Pochi anni dopo, durante un apprendistato commerciale iniziato nel 1836, racconta di aver sentito recitare alcuni versi in greco da un giovane ubriaco, ex studente di ginnasio. L’episodio lo colpì tanto da spingerlo a voler imparare il greco antico. Solo in seguito avrebbe scoperto che quei versi provenivano proprio dall’Iliade e dall’Odissea. Questi ricordi, seppur filtrati dal racconto autobiografico, mostrano come l’immaginario omerico avesse segnato Schliemann già molti anni prima dell’inizio delle sue ricerche archeologiche.
Ilio: un sito complesso e millenario
Quando Schliemann decise di cercare Troia, la sua attenzione si concentrò sulla collina di Hisarlık, situato in una posizione strategica che dominava la piana circostante e la costa asiatica dei Dardanelli. La scelta fu influenzata soprattutto dalle indicazioni di Frank Calvert, viceconsole britannico e proprietario di parte dei terreni del colle, che già aveva sospettato che le rovine di Troia potessero trovarsi in quel luogo.
Hisarlık, purtroppo, si rivelò fin da subito un sito estremamente complesso. Gli scavi misero in luce una successione di nove insediamenti sovrapposti, costruiti l’uno sulle rovine dell’altro nel corso di oltre tre millenni. I livelli più antichi, come Troia I e Troia II, risalivano al Bronzo Antico; le fasi intermedie e tarde, da Troia III a Troia VII, mostravano alternanza di distruzioni e ricostruzioni; gli ultimi livelli, Troia VIII e IX, appartenevano invece all’età greca e romana.

Tra il 1871 e il 1873 Schliemann adottò un metodo di scavo oggi considerato estremamente invasivo. Convinto che la Troia dell’Iliade fosse da cercare negli strati più antichi, fece aprire una vasta trincea che attraversava il colle da nord a sud, raggiungendo profondità di oltre dieci metri. La tecnica, purtroppo priva del controllo stratigrafico richiesto, comportò la rimozione degli strati più recenti, compresi quelli di Troia VI e VII, ovvero quelli dell’Ilio di Priamo.
Di conseguenza strutture, abitazioni e contesti archeologici di queste fasi furono compromessi o distrutti. La “trincea Schliemann”, così soprannominata, rimane ancora uno dei casi più citati della fase pionieristica dell’archeologia ottocentesca.
Il ritrovamento del Tesoro di Priamo
Il cosiddetto “Tesoro di Priamo” venne scoperto nella primavera del 1873, nei pressi delle fortificazioni di Troia II. Secondo il primo racconto di Schliemann, gli oggetti furono rinvenuti in una cavità tra i blocchi delle mura e recuperati in fretta. Egli affermò inizialmente che la moglie Sophia lo avesse aiutato a trasportare i gioielli, indossandoli per nasconderli alla vista degli operai. Documenti coevi mostrano tuttavia che Sophia non si trovava a Hisarlık quel giorno, ma ad Atene. L’episodio fu poi corretto dallo stesso Schliemann, ma la celebre fotografia di Sophia con i diademi contribuì comunque alla diffusione iconografica della scoperta.

Il tesoro comprendeva una grande varietà di oggetti: diademi d’oro, torques, fili e perline. Ma anche coppe e recipienti in oro, argento ed elettro; utensili, lame e pugnali in bronzo. La ricchezza e la grandezza del tesoro contribuì alla rapida fama della scoperta.
Gli studi stratigrafici successivi hanno mostrato che il materiale appartiene alla fase Troia II, datata tra il 2550 e il 2200 a.C., ben precedente la cronologia generalmente assegnata alla guerra di Troia (XIII–XII secolo a.C.). La distanza temporale di oltre mille anni rende impossibile un collegamento diretto fra gli oggetti e la figura di Priamo. Il nome “Tesoro di Priamo” riflette solamente la lettura personale proposta da Schliemann, non la realtà storica del sito.
Dove si trova oggi il Tesoro di Priamo
Durante gli scavi Schliemann operava sulla base di un firmano, che prevedeva la divisione dei ritrovamenti con le autorità ottomane. Dopo la scoperta, però, decise di trasferire il tesoro ad Atene senza registrarlo ufficialmente. Quando l’episodio fu scoperto, il governo ottomano avviò una causa legale. Nel 1875 si raggiunse un accordo: Schliemann pagò 50.000 franchi oro e ottenne il riconoscimento della proprietà del tesoro. Una parte dei materiali provenienti dagli scavi rimase nei musei ottomani.
Nel 1881 Schliemann donò la collezione principale ai Musei Reali di Berlino. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, gli oggetti furono spostati in depositi protetti. Nel 1945 vennero poi trasferiti in Russia, dove rimasero non esposti per molti anni.

Oggi la parte più preziosa del tesoro, circa 259 oggetti in oro, argento ed elettro, è conservata al Museo Puškin delle Belle Arti di Mosca. Altri manufatti, soprattutto bronzi e ceramiche, si trovano al Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo, mentre alcuni reperti minori sono presenti nei musei di Istanbul, Atene e Berlino.
La scoperta del “Tesoro di Priamo” ebbe un impatto significativo sia sugli studi su Troia sia sulla storia dell’archeologia. Attirò l’attenzione internazionale su Hisarlık e favorì ricerche più sistematiche nelle decadi successive, riaccendendo la passione per la storia antica.
Oggi il tesoro è saldamente collocato nella fase Troia II e rappresenta un caso emblematico della fase pionieristica dell’archeologia del XIX secolo: una scoperta straordinaria, nata da una forte intuizione, purtroppo segnata da limiti metodologici.
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