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Il presepe napoletano: la Natività come teatro della città

Storia e significato del presepe napoletano: dalle origini medievali all’età d’oro del Settecento, tra arte, simboli e identità cittadina.

Giulia Di Bartolo by Giulia Di Bartolo
17 Dicembre 2025
in Costumi e tradizioni, Eccellenze, Europa, News, Storia
Reading Time: 6 mins read
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Il presepe napoletano: la Natività come teatro della città

Presepe Napoletano

Contenuti

  • Le prime tracce del presepe
  • Il presepe barocco e la teatralità del Seicento
  • Il Settecento: l’età d’oro del presepe napoletano
  • Un teatro del mondo: struttura e simbologia
  • San Gregorio Armeno e il presepe oggi

Nel periodo di Natale, a Napoli, l’aria fredda del mare porta con sé un profumo pungente di muschio e sughero. Proviene dalle botteghe della città, dove si prepara il presepe napoletano, ‘o presebbio: la celebre rappresentazione della nascita di Gesù ambientata nel Settecento, che intreccia la sacralità della Natività ad alcuni elementi tipici e immediatamente riconoscibili della cultura napoletana.

Come molte altre tradizioni mediterranee, anche il presepe napoletano non presenta un’origine univoca. È piuttosto il risultato di usanze che si sono stratificate nel tempo, passando per chiese, conventi, palazzi nobiliari e le case più umili, fino ad essere riconosciute in tutto il mondo come una delle espressioni più sentite e raffinate dell’arte cristiana. Oggi, quando si parla di presepe napoletano, il pensiero corre alle scenografie affollate, ai pastori immortalati in un’istantanea di vita cittadina e alle botteghe di via San Gregorio Armeno; dietro questa immagine, tuttavia, si celano secoli di trasformazioni, innovazioni tecniche e una continuità artigianale che ha saputo rinnovarsi senza perdere la propria identità.

Le prime tracce del presepe

Le prime tracce documentarie legate al presepe a Napoli risalgono già all’XI secolo. In un atto notarile del 1021, infatti, viene menzionata la chiesa di Santa Maria “ad praesepe”: un riferimento che non indica ancora l’esistenza di una rappresentazione figurativa della Natività, ma testimonia la precoce diffusione del culto legato alla nascita di Cristo nella devozione cittadina.

Parallelamente, lungo l’attuale via San Gregorio Armeno, in età classica, sorgeva un tempio dedicato a Cerere. I cittadini vi portavano statuine di terracotta come ex voto, realizzate proprio nelle botteghe circostanti. Non una continuità diretta tra le offerte pagane e il presepe cristiano, ma una sovrapposizione di tradizioni e luoghi che restituisce l’idea di come l’arte di modellare figure, dedicare immagini, costruire piccoli mondi in miniatura fosse già radicata nella cultura napoletana.

Nel Quattrocento compaiono i primi veri scultori di figure per la Natività: tra i nomi più importanti ci sono i fratelli Giovanni e Pietro Alemanno, che nel 1470 realizzano sculture lignee per la rappresentazione della nascita di Gesù, e la Natività di marmo del 1475 di Antonio Rossellino, ancora visibile nella chiesa di Sant’Anna dei Lombardi. Ancora ben lontani dal presepe affollato e teatrale della tradizione, ma la strada è tracciata: la Natività viene lentamente ripensata come un insieme di figure plastiche, inserite in uno spazio scenico.

Nel Cinquecento, Domenico Impicciati realizza alcune statuine in terracotta destinate a un presepe privato; una di esse riproduce i tratti del committente, il nobile Matteo Mastrogiudice di Sorrento. Un dettaglio importante, perché introduce l’idea che il presepe possa accogliere, oltre ai personaggi biblici o simbolici, ma anche figure riconoscibili e volti contemporanei del mondo reale.

Napoli, presepe della Chiesa di San Ferdinando.

Pochi anni dopo, nel 1534, arriva a Napoli San Gaetano Thiene. A lui la tradizione attribuisce un ruolo decisivo nella diffusione dell’uso di allestire il presepe anche negli ospedali e nelle case private, come accadde per quello celebre all’ospedale degli Incurabili. Le statuite erano vestite secondo la foggia del ‘500, consolidando così l’atemporalità della rappresentazione.

Il presepe barocco e la teatralità del Seicento

Nel primo Seicento, i sacerdoti scolopi abbandonano le statuine rigide e le sostituiscono con manichini snodabili in legno, rivestiti di stoffe e abiti veri. I primissimi esemplari sono a grandezza quasi umana, per poi ridursi a circa settanta centimetri. Il presepe realizzato dagli Scolopi nel 1627 per una duchessa, smontato e rimontato ogni anno, rappresenta una novità anche dal punto di vista liturgico e domestico: rompe, finalmente, con la tradizione dei presepi fissi.

Circa un decennio dopo, nel 1640, Michele Perrone perfeziona la tecnica, aggiungendo al corpo un’anima in filo di ferro rivestito di stoppa, così da permettere pose più naturali e plastiche. È un passaggio che ha conseguenze enormi sulla resa della scena, perché consente di inscenare gesti, movimenti, torsioni; i personaggi smettono di essere figure immobili e diventano attori.

Verso la fine del Seicento si afferma una tra le caratteristiche più riconoscibili del presepe napoletano: la teatralità barocca. Accanto alla grotta della Natività compaiono taverne affollate, mercati, vicoli, osti, venditori, mendicanti, ciabattini e tavernari. I resti di templi greci e romani compaiono come scenografia di pietra sullo sfondo, a sottolineare simbolicamente la vittoria del cristianesimo sulle religioni pagane. Il messaggio visivo è, tuttavia, chiaro: la nascita di Cristo avviene in un mondo concreto, riccamente popolato e immerso nella storia.

Il Settecento: l’età d’oro del presepe napoletano

Il secolo d’oro del presepe napoletano è il Settecento e coincide con il regno di Carlo III di Borbone. In questo periodo la città vive una stagione di grande fioritura artistica e culturale e il presepe, ormai uscito definitivamente dagli spazi esclusivamente ecclesiastici, entra nelle dimore dell’aristocrazia e della ricca borghesia. Ordini religiosi, nobili e corti gareggiano nell’allestire impianti scenografici sempre più complessi, in cui il racconto sacro si intreccia con il gusto per il dettaglio, l’ostentazione della ricchezza e la rappresentazione minuziosa dei costumi contemporanei.

Giuseppe Sanmartino, uno dei maggiori scultori napoletani del Settecento, è tra i protagonisti di questa stagione: abilissimo nel modellare la terracotta, dà vita a una vera e propria scuola di artisti del presepe. Nello stesso solco si collocano gli straordinari allestimenti di corte, come quello che oggi è possibile vedere nella Sala Ellittica della Reggia di Caserta, ricostruito nel 1988 con pezzi settecenteschi. Persino Goethe, nel suo Viaggio in Italia, rimase colpito dai presepi italiani e, in particolare, dall’incorniciatura del Vesuvio sullo sfondo, che conferiva alla scena “una nota di grazia incomparabile”.

Un teatro del mondo: struttura e simbologia

Nel Settecento la scena del presepe si allarga progressivamente, fino ad assumere le sembianze di un vero e proprio paesaggio urbano nel quale la Natività è immersa in un brulicare di attività quotidiane, senza tuttavia perdere mai il suo ruolo centrale. Taverne, ponti, mercati, forni, fiumi e pozzi sono tutti elementi semplici, della vita contadina, decorativi; eppure, ciascuno di essi porta con sé un bagaglio di significati, spesso legato alle grandi polarità della condizione umana, come vita e morte, pericolo e salvezza, peccato e redenzione.

Raito – Presepe della Chiesa di Santa Maria delle Grazie

Allo stesso modo, i personaggi che popolano il presepe napoletano non sono “pastori generici”, ma figure precise, con una tradizione iconografica e simbolica riconoscibile. Benino, il giovane che dorme e sogna il presepe; il vinaio e Cicci Bacco, erede di antiche divinità del vino; la lavandaia che rimanda alla purezza di Maria; il pescatore, legato al simbolismo cristiano del pesce; la meretrice, contrapposta alla Vergine; i venditori, ognuno dei quali rappresenta i dodici mesi dell’anno.

San Gregorio Armeno e il presepe oggi

Se il Settecento è il secolo d’oro, è il Novecento a sancire la trasformazione definitiva del presepe napoletano in dispositivo identitario e attrattiva turistica. Via San Gregorio Armeno, nel cuore del centro storico, diventa il luogo in cui l’arte presepiale si rende visibile tutto l’anno: botteghe artigiane, laboratori, esposizioni permanenti mostrano presepi storici, statuine tradizionali e creazioni contemporanee.

Accanto ai pastori canonici compaiono personaggi moderni, da Totò icona del cinema napoletano alle figure della politica nazionale e internazionale. I materiali si moltiplicano, le dimensioni si riducono fino ai micro-presepi racchiusi in una conchiglia, in una cozza, in una rosa essiccata, persino in una lenticchia o su una testa di spillo. Sono sperimentazioni che confermano la vitalità di una tradizione capace di reinventarsi, pur rimanendo sempre riconoscibile.

Al di fuori della città, collezioni importanti, come quella del Museo Nazionale Bavarese a Monaco di Baviera, testimoniano la diffusione e l’apprezzamento internazionale di questa forma d’arte.

Il presepe napoletano non può essere ricondotto solo alla tradizione natalizia. È, piuttosto, un grande dispositivo narrativo che nel tempo ha permesso ai napoletani di riconoscersi e di rappresentarsi, un antesignano del realismo che si ritrova nelle forme teatrali popolari e, più tardi, nel cinema. Nelle sue scenografie affollate convivono la devozione religiosa, il gusto barocco per l’eccesso, la memoria di un passato classico e il racconto reale, ma sentito, della vita quotidiana.

Ogni anno il presepe napoletano continua a cambiare, introducendo nuovi personaggi e nuove idee, ma senza mai perdere la propria essenza. È una tradizione che si rinnova ogni dicembre, quando le famiglie montano lo “scoglio” pezzo dopo pezzo. Un momento prezioso di recupero delle proprie radici, una lente al tempo stesso stabile e mutevole attraverso cui osservare Napoli e il Mediterraneo.

Ogni pastore, ogni scorcio di paesaggio, custodisce un frammento di storia, un gesto di devozione e un’idea, profondamente napoletana, di vita messa in scena.

 

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