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Mediterraneo invaso: dal granchio blu alla formica di fuoco

Specie aliene invasive come il granchio blu e la formica di fuoco minacciano di infrangere delicati equilibri nel Mediterraneo. Come combatterle?

Simona Rubino by Simona Rubino
23 Aprile 2024
in Green
Reading Time: 6 mins read
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Mediterraneo invaso: dal granchio blu alla formica di fuoco

Michael Gäbler (Wikimedia Commons); licenza: Creative Commons Attribution 3.0 Unported license.

Contenuti

  • Specie aliene invasive
  • In viaggio
  • Pericoli e danni
  • Un caso in esame: la formica di fuoco
  • Intrusi da eliminare
  • Ricette “aliene”: il granchio blu

Ultimamente si è sentito parlare spesso di specie aliene invasive nel Mediterraneo. Dal granchio blu alla zanzara tigre, sono numerose le specie non indigene ad avere un pesante impatto sulla biodiversità di questa area, ma è bene ricordare che il loro ingresso nel nostro mare e nelle nostre terre non si è verificato solo negli ultimi anni.

Occorre, dunque, correre ai ripari. Ma come fare? È possibile eradicare queste specie “extra-mediterranee”? Prima di rispondere, sarà necessario indagare sul significato di “specie aliena invasiva” e sulla loro pericolosità per il nostro ecosistema, per poi esplorare le modalità attraverso le quali esse giungono nel Mediterraneo.

Specie aliene invasive

È d’obbligo iniziare con una precisazione: non tutte le specie aliene, anche dette “alloctone”, sono invasive. Esse sono considerate estranee perché vengono introdotte accidentalmente o deliberatamente in un nuovo ambiente, magari situato dall’altra parte del mondo, e grazie alle loro caratteristiche riescono ad adattarsi perfettamente al nuovo habitat.

Allora, quando una specie diventa invasiva? Con questo termine, nel caso in esame, si rimanda a ciò che penetra e si stabilizza in maniera diffusa in un nuovo luogo innescando una serie di effetti negativi: dall’impatto sugli equilibri ecologici locali, ai danni per l’economia e, non ultimo, i rischi legati alla salute umana.

L’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, avvalendosi dei dati del rapporto IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services), avverte che quasi un decimo del totale delle specie aliene a livello mondiale sono classificate come invasive, e informa anche che l’Europa è uno dei continenti più infestati.

Si stima che il numero di queste invasioni biologiche nel Mediterraneo, salito vertiginosamente negli ultimi decenni, continuerà ad aumentare in futuro. In Italia si registrano attualmente più di 3000 specie aliene invasive e il Mar Mediterraneo è il più minacciato a livello globale.

In viaggio

Le specie aliene invasive individuate nel Mediterraneo comprendono numerosi esemplari di invertebrati e di vertebrati (mammiferi, uccelli, pesci, rettili e anfibi), ma anche di vegetali. Le loro modalità di introduzione e diffusione, come accennato, possono essere casuali o avvenire per rilascio intenzionale.

Nel primo caso, la specie può insidiarsi nel nuovo habitat durante il trasporto di merci. A mo’ di esempio, si potrebbe citare l’ingresso nei mari del Mediterraneo dell’ormai noto granchio blu, avvenuto in seguito allo scarico delle acque di zavorra delle navi cargo provenienti dalle coste atlantiche americane, che hanno trasportato accidentalmente le uova di questa specie.

Ma la lista dei vettori e delle modalità di trasporto delle specie aliene è lunga: dalla lana (che può trasportare semi di piante) alle introduzioni per caccia o acquacoltura, fino ai canali, come quello di Suez, che collega artificialmente due mari. In questo caso specifico, si fa riferimento a un fenomeno di dispersione naturale secondaria, la cosiddetta “migrazione lessepsiana“, ovvero l’ingresso di specie aliene provenienti dal Mar Rosso che, attraverso il Canale di Suez, subentrano nelle acque del Mediterraneo.

canale di Suez
Canale di Suez. Credits: Pierre Markuse (Wikimedia Commons); licenza https://creativecommons.org/licenses/by/2.0/deed.en

Il report ex post ISPRA sul tasso di introduzione delle specie aliene in Italia fa riflettere, inoltre, sulle differenti modalità di diffusione delle specie invasive per gruppi tassonomici. In altre parole, se da un lato le specie marine invadono i nostri mari perlopiù per vie “accidentali”, così come molti invertebrati, lo stesso non si può dire per alcune specie di vertebrati, introdotti, non di rado, intenzionalmente.

Pericoli e danni

Le specie invasive rappresentano una seria minaccia per il Mediterraneo, a causa di una serie di impatti negativi nel luogo di arrivo differenziabili in tre macrocategorie: danni all’ecosistema, all’economia e alla salute umana.

Una nuova specie aliena può determinare dei cambiamenti strutturali negli ecosistemi, come alcune alghe che hanno colonizzato rapidamente i fondali marini, ostacolando lo sviluppo di specie vegetali e animali autoctone. In altri casi, la predazione e competizione con specie indigene può diventare un importante fattore di rischio per i delicati equilibri ecologici. La tartaruga americana, per esempio, si nutre delle uova delle tartarughe “cugine” locali.

Anche l’ibridazione costituisce un pericolo per l’integrità genetica delle specie locali, con conseguente rischio di estinzione di queste ultime. Non bisogna ignorare, inoltre, l’impatto a livello economico delle specie aliene invasive. I danni che possono causare spaziano da quelli di tipo infrastrutturale a quelli legati all’agricoltura. Alcune meduse, alghe e crostacei possono intasare e danneggiare le reti durante le attività di pesca.

Infine, alcune specie costituiscono una minaccia per la salute e la sicurezza umana, dovuto alla loro tossicità o velenosità. Molte specie aliene marine, per esempio, sono tossiche al consumo e velenose o urticanti al contatto, come la medusa nomade o il pericoloso pesce scorpione, le cui pinne spinose provocano dolori lancinanti. Altri esemplari invasivi, come la zanzara tigre, originaria dell’Asia, inoltre, sono vettori di malattie e virus.

Un caso in esame: la formica di fuoco

Tra le specie invasive più dannose a livello mondiale è possibile annoverare la “temibile” formica di fuoco, anche nota come solenopsis invicta. Questa formica ha un forte impatto non solo sull’ecosistema, ma anche sulla salute umana e sui raccolti.

È un predatore onnivoro invasivo, competitore di altre specie di formiche, di invertebrati e piccoli vertebrati, e le sue punture sono piuttosto dolorose per l’uomo; in alcuni casi, anche estremamente pericolose, in quanto possono sfociare in reazioni allergiche gravi come shock anafilattici.

Provocano, inoltre, danni all’agricoltura perché, fa sapere il professore Schifani dell’Università di Parma in un’intervista per Fitogest: “danneggiano seriamente i germogli e gli apparati di alcune piante, portandole alla morte”. Oltre a questo, sono nocive per alcuni tipi di allevamenti a causa delle loro punture, e possono danneggiare le attrezzature impiegate in ambito agricolo.

L’individuazione di importanti colonie di formiche di fuoco in Sicilia, nel siracusano, ha fatto scattare l’allarme. Il professore Sabella dell’Università degli Studi di Catania, responsabile del progetto di ricerca FAST (Fight Alien Species Transborder), ha insistito, insieme ad altri studiosi, sulla necessità di intervenire tempestivamente per il contenimento e l’eradicazione di questa e altre specie animali e vegetali.

Cosa si può, e si deve, fare per contrastare la diffusione delle specie aliene invasive?

Intrusi da eliminare

Il coinvolgimento dei cittadini nelle attività di rilevazione delle specie aliene può fornire un contributo importante per contrastarne la diffusione. Chiunque, infatti, può ed è moralmente invitato a segnalare la presenza di specie animali e vegetali non autoctone attraverso alcuni semplici steps.

L’istituto ISPRA incoraggia a contattare l’e-mail alien@isprambiente.it, inviando una testimonianza fotografica o un video dell’esemplare avvistato, con nota del luogo di rilevamento, preferibilmente, mediante coordinate geografiche. Inoltre, esorta a prendere nota di qualsiasi altra osservazione relativa all’esemplare stesso e all’ambiente circostante in cui viene identificato.

Sebbene sia estremamente arduo, in molti casi, trovare una soluzione definitiva di eradicazione totale delle specie aliene invasive, è possibile, comunque, avviare delle procedure ad hoc per il loro contenimento. Naturalmente, oltre al gradito e auspicato contributo dei cittadini, deve esservi un serio impegno da parte dello stato. A tal proposito, non si può non menzionare il regolamento UE 1143/2014, in vigore dal 2015, il quale reca delle disposizioni volte a prevenire e gestire l’introduzione e la propagazione delle specie invasive di rilevanza all’interno dell’Unione.

I Paesi membri sono, dunque, tenuti ad adottare sistemi di rilevamento delle specie invasive aliene e di eliminazione o contenimento della loro diffusione. All’interno di questo quadro, l’Italia, insieme ad altri stati dell’Unione, è stato, però, deferito alla Corte di Giustizia dell’UE per la mancata attuazione delle disposizioni del regolamento succitato.

Ricette “aliene”: il granchio blu

Un modo efficace, ma non risolutivo, per contrastare la propagazione a macchia d’olio delle specie animali non indigene può essere, quando non dannoso per la salute umana (si ricordi, infatti, che alcuni esemplari sono tossici o velenosi), consumarle a tavola.

Cucinare gli “alieni” può contribuire a ridurre l’impatto ecologico di queste specie che, spesso, si riproducono ed espandono indisturbate per l’assenza o carenza di predatori naturali. Un caso emblematico, e recentemente dibattuto, è quello del fastidioso granchio blu, di cui già si è parlato in un articolo dedicato. In America questa specie è particolarmente gradita in tavola, tanto da essere considerata una vera prelibatezza per molti. Perché, dunque, non seguirne l’esempio?

Diversi chef italiani si sono cimentati nella creazione di ricette a base di granchio blu: da Alessandro Borghese ai grandi cuochi stellati come Moreno Cedroni o Donato Ascani, e la lista continua. La polpa di granchio blu è divenuta la protagonista di zuppe, secondi, primi e, persino di una pizza.

pizza di granchio blu
Pizza di granchio blu. Fonte: Profilo Instagram di Gino Sorbillo.

Tra le interpretazioni culinarie più curiose del crostaceo blu, infatti, la pizza merita un cenno. Tutta opera di Gino Sorbillo, già pizzaiolo pluripremiato, noto per le sue creazioni squisite e originali. Lo chef ha condiviso sul suo account Instagram la video-ricetta della pizza a base di granchio blu, mozzarella e basilico; una delizia che il pizzaiolo napoletano ha entusiasticamente presentato nel social, scrivendo: “Solo da noi la nuova pizza con il granchio blu. Combattiamo il Granchio Blu cucinandolo”.

Il granchio blu ha dato il nome anche a un dolce: il “gransù”, nato per opera del pasticcere campione del mondo di tiramisù, Stefano Serafini, che ha creato una versione alternativa del dolce di cui è esperto con l’aggiunta, appunto, della polpa di granchio blu.

Non resta, dunque, che assaggiare le allettanti versioni gourmet di questa e altre specie aliene, contribuendo in modo pratico, e “gustoso”, a contrastare il problema delle invasioni nel Mediterraneo.

 

 

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Specializzata in Lingue e Letterature Comparate e amante delle culture straniere. Nutre una grande passione per l'arabo e la didattica delle lingue.

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