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All’estremo lembo orientale del Mediterraneo, dove il tramonto tinge il granito di rosso e il vento leviga le pietre del deserto, si erge il Monastero di Santa Caterina. Una fortezza di pietra ai piedi del Monte Sinai, insieme meta e punto di partenza: soglia silenziosa prima di percorrere il Cammino che si trova oltre le sue mura, diverso dagli altri cammini della fede nel Mediterraneo.
Un monastero senza interruzioni
Il Monastero di Santa Caterina fu fondato nel VI secolo dall’imperatore Giustiniano come presidio spirituale e militare nel cuore del Sinai. Difatti, sorge proprio ai piedi del Monte Horeb, identificato dalla tradizione ebraica e cristiana proprio con il Sinai, il luogo in cui Mosè ricevette le Tavole della Legge. Nell’Islam lo stesso rilievo è noto come Jebel Musa, “Monte di Mosè”, citato nel Corano come sede della rivelazione divina. Un punto d’incontro unico: per i monaci greco-ortodossi che lo abitano da secoli, per i pellegrini cristiani provenienti da Oriente e Occidente, per le comunità ebraiche che lo riconoscono come luogo biblico e per i musulmani che lo venerano nella loro stessa tradizione.
Grazie a questa convergenza di memorie e fedi, il monastero può essere considerato come un raro spazio di spiritualità condivisa: ciò gli ha consentito di sopravvivere per ben quindici secoli a invasioni, dominazioni e mutamenti politici. La sua continuità ne fa oggi uno dei più antichi complessi monastici esistenti, simbolo di dialogo e resistenza culturale nel Mediterraneo.
Dentro le mura merlate si conservano tesori inestimabili. La Cappella del Roveto Ardente evoca il racconto biblico che lega questo luogo alle origini della rivelazione mosaica; i mosaici e l’architettura bizantina raccontano la vita dei monaci che vi hanno abitato.
La Biblioteca del monastero è tra le più importanti del pianeta: per quantità e antichità dei manoscritti, è spesso indicata come seconda solo alla Biblioteca Apostolica Vaticana. Tra i suoi tesori si trova, ad esempio, il Codex Sinaiticus, una delle più antiche Bibbie complete in greco, risalente al IV secolo, insieme a preziosi palinsesti che hanno rivelato testi perduti di autori classici e patristici. Ogni volume è una finestra aperta sulla stratificazione culturale del Mediterraneo, sopravvissuta al tempo e al deserto.
Il Monte Sinai: il cammino che sale alla luce
Il Monastero è la porta del cammino verso la vetta del Monte Sinai, un’ascesa che molti compiono di notte per poter poi assistere all’alba. I pellegrini che scelgono di salire al Monte Sinai hanno davanti due vie. La prima è più agevole: un sentiero che si snoda a tornanti lungo il versante, percorribile anche a dorso di cammello. La seconda è molto più ripida: le cosiddette “Scale del Pentimento”, circa 3.750 gradini scolpiti nella roccia, che la tradizione attribuisce al lavoro instancabile di un monaco penitente. L’ultimo tratto si affronta sempre a piedi e, quando il buio si dirada, l’alba sembra aprire la valle come fosse una pagina di un libro. È un’ascesa fisica e simbolica: ogni passo misura la distanza tra il frastuono del mondo e la chiarezza che si auspica di trovare in cima.

Dalla vetta, la vista abbraccia il massiccio granitico e i wadi che incorniciano l’oasi di St Katherine. Nella vastità del paesaggio, anche il Monastero appare come poco più di un puntino nella roccia.
Il deserto del Sinai è, inoltre, una trama di sentieri che oggi si ricongiungono nel Sinai Trail, il primo itinerario escursionistico a lunga percorrenza d’Egitto. Nato nel 2015 grazie alla collaborazione delle tribù beduine, collega il Mar Rosso alle montagne di St Katherine e si è esteso fino a percorrere i territori di otto tribù, nell’arco di circa 550 chilometri.
Santa Caterina d’Alessandria
Il monastero è dedicato a Santa Caterina d’Alessandria, una delle sante più venerate del cristianesimo orientale. Secondo la tradizione, Caterina era una giovane donna vissuta tra III e IV secolo ad Alessandria d’Egitto, colta e di nobile famiglia. Rifiutò di rinnegare la propria fede cristiana davanti all’imperatore Massenzio e lo sfidò in pubblico, sostenendo che nessuna persecuzione potesse piegare la sua convinzione.
Si racconta che fu sottoposta a torture atroci, tra cui la ruota dentata, che si spezzò miracolosamente al suo tocco, prima di essere decapitata. Per questo è diventata simbolo di coraggio e fermezza nella fede. La leggenda narra che gli angeli trasportarono il suo corpo sul monte più alto del Sinai, dove secoli dopo furono ritrovate le reliquie, portando così i monaci a dedicarle il monastero.

Proprio perché vivo, questo luogo è anche fragile. La tutela del complesso e dei suoi possedimenti è oggetto di attenzione internazionale: le autorità egiziane e greche hanno riaffermato di recente l’impegno a proteggere lo statuto religioso e storico del monastero, confermandone il ruolo e l’accesso dei monaci. È un passaggio che ricorda quanto sia sottile l’equilibrio tra valorizzazione, turismo e salvaguardia in un sito così raro.
Sia che si scelga la salita notturna alla vetta, sia che si resti nel recinto del monastero, l’invito è a un passo lento e consapevole. Vestiti adeguati, rispetto dei tempi liturgici e delle regole del sito, attenzione all’ambiente e al paesaggio umano: la comunità monastica e i beduini Jebeleya custodiscono da secoli questo equilibrio. Poiché da sempre il cammino è incontro, anche con chi abita il deserto.
Nel deserto, lo sguardo si fa essenziale: ciò che resta è una domanda, antica e nuova, sul senso del procedere. Il Mediterraneo, qui, mostra il suo volto più inatteso: non mare, ma montagna; non folla, ma silenzio. Un cammino che inizia ai piedi di un monastero e continua, per chi vuole, dentro di sé.
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